Rifiuti

Rifiuti

Quadro delle più rilevanti caratteristiche del settore dei rifiuti e definizione delle aree di intervento necessarie ad imprimere nuovo slancio a un comparto determinante per la competitività del Paese

Il servizio di igiene ambientale da attività finalizzata a rimuovere e smaltire i rifiuti si è trasformato, in Italia come in Europa, in governo di servizi e di flussi che vengono incanalati in nuovi percorsi per favorirne il recupero, sotto forma di materia o di energia, lasciando sempre meno spazio allo smaltimento finale in discarica.

Siamo di fronte a un settore che se per certi aspetti appare in evoluzione, per altri presenta ancora tanti nodi da sciogliere e criticità da affrontare per riuscire a reggere il confronto con i competitor stranieri, valorizzando al tempo stesso un prodotto che da scarto deve, anche in Italia, diventare risorsa.


Il modello italiano

L’Italia registra notevoli ritardi sia rispetto alle condizioni degli altri Stati europei, sia rispetto agli obiettivi che ci si era posti con la riforma introdotta dal decreto Ronchi (d.lgs. n. 22/1997).

Il Belpaese produce annualmente circa 170 milioni di tonnellate di rifiuti, tra urbani, speciali e pericolosi e non ha finora saputo interrompere il binomio crescita produttiva/generazione di rifiuti (c.d. decoupling), continuando a registrare un incremento della produzione di rifiuti all’aumentare del PIL (in Germania, nei Paesi Bassi e in Svezia questo risultato è acquisito da oltre un decennio).

Interriamo rifiuti in un Paese la cui risorsa più scarsa è il territorio e non li usiamo per recuperare energia quando da sempre siamo uno Stato con significativi problemi di dipendenza energetica dall’estero. Una revisione della strategia nazionale è evidentemente auspicabile e urgente.

Nel modello italiano la discarica rappresenta ancora una modalità di smaltimento molto diffusa; al contempo l’Italia si colloca invece ai vertici delle classifiche europee del riciclo, sebbene non sia fra i Paesi più virtuosi quanto a capacità di raccolta differenziata, soprattutto grazie alla rilevanza della componente di riciclo legata ai rifiuti pre-consumo, ossia gli scarti industriali.

Il riciclo è dunque un punto di forza della filiera dei rifiuti, rappresentando la componente più significativa del comparto in termini sia di imprese, sia di valore della produzione.


La differenziazione territoriale

L’insufficiente dotazione impiantistica, distribuita peraltro sul territorio in modo poco uniforme, si può attribuire alla carente programmazione generale, che vede negli anni una distribuzione della spesa per investimenti che sembra aver assecondato la disomogenea dotazione infrastrutturale esistente, anziché contrastarla; si è infatti investito meno proprio nelle Regioni con la maggior carenza impiantistica.

Questo squilibrio è frutto di una diversa capacità di investimento dei territori, legata in parte anche al differente assetto gestionale. Al Sud prevalgono infatti ancora le piccole imprese e le gestioni in economia, che hanno mostrato una minor capacità di investire, soprattutto da un punto di vista qualitativo.

Del resto il tema della differenziazione territoriale riguarda un po’ tutti gli aspetti della gestione del ciclo dei rifiuti, che presenta caratteristiche e performance anche profondamente diverse tra una Regione e l’altra, sia in termini di produzione e trattamento, sia per struttura imprenditoriale, sia infine in riferimento alle scelte di governance effettuate.


Il sistema imprenditoriale

Con riferimento all’assetto gestionale, il comparto dei rifiuti in Italia si caratterizza per un diffuso “nanismo” imprenditoriale, fatte salve le differenze territoriali evidenziate. Questo elemento non può non influire sull’efficienza generale, visto che le imprese più grandi e integrate sono anche quelle che si caratterizzano per le migliori performance e per una maggiore capacità di realizzare investimenti, con qualità spesso più elevata, oltre a essere più attrattive per il sistema finanziario.

Le imprese del settore dei rifiuti hanno mostrato nel corso del decennio appena trascorso andamenti dei margini di redditività e di bilancio sempre piuttosto positivi; del resto, eccettuate alcune imprese proprietarie solamente di impianti, si tratta di fatto di aziende di fornitura di servizi continuativi, con corrispettivi regolati da contratto di servizio. Sono infatti finanziate dalla tariffa che per prescrizione normativa dovrebbe coprire interamente i costi di gestione e di investimento sulla base del principio del full cost recovery.

Se questo appare corretto in virtù della funzione di servizio pubblico che le aziende di igiene ambientale svolgono, rischia tuttavia di rappresentare un elemento fortemente disincentivante per il raggiungimento di livelli di efficienza: in effetti i costi di gestione del servizio non hanno fatto che crescere nel corso degli anni.

D’altro canto, sul lato imprenditoriale si deve registrare una forte crisi di liquidità, legata alla lentezza dei pagamenti degli Enti locali e agli elevati livelli di morosità dell’utenza. Un elemento di criticità estrema che, se non risolto prontamente, potrebbe portare molte imprese del settore alla chiusura.


Il finanziamento degli investimenti

Per la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento di quelli esistenti si stima che il fabbisogno di risorse sia ingente e richieda necessariamente l’attivazione di capitali privati.

Tuttavia ad oggi il settore non è risultato particolarmente attrattivo, più per le difficili condizioni di contesto che per caratteristiche intrinseche, che invece lo renderebbero adatto sia allo sviluppo di forme di partenariato pubblico-privato, sia a interventi su base corporate.

Il sistema burocratico/amministrativo italiano ha reso poi i tempi di realizzazione di nuovi impianti particolarmente lunghi: per autorizzare un nuovo progetto servono in media almeno 7-8 anni; persino le autorizzazioni per l’ammodernamento degli impianti già esistenti richiedono una media di 5-6 anni di attesa.

Uno degli elementi più controversi per la realizzazione della dotazione impiantistica è legato poi alla bassa accettazione sociale degli impianti di trattamento, smaltimento e recupero dei rifiuti, che rende difficile non solo la realizzazione di nuove strutture, ma anche la normale attività di imprese già a regime

Sullo sfondo, il tema dell’illegalità e delle mafie, che hanno trovato nel settore dei rifiuti una fonte di reddito rilevante, infiltrandosi in tutte le pieghe e contraddizioni organizzative, normative e gestionali evidenziate e sfruttandole a proprio vantaggio, massimizzando i profitti a danno delle imprese che operano nella legalità.


Il rilancio del settore

Al fine di creare le condizioni per un maggior afflusso di capitali privati, sia su base corporate, sia adottando modelli di PPP è necessario:

  • definire una politica industriale per il settore. Una buona programmazione del ciclo integrato consentirebbe di realizzare gli interventi adeguati mitigando il rischio di sottoutilizzazione degli impianti, e garantendo una maggiore omogeneità sul territorio
  • creare un contesto normativo stabile e non contraddittorio che favorisca il consolidamento delle aspettative degli operatori
  • rivedere l’iter burocratico/amministrativo per la realizzazione degli impianti al fine di ridurre i tempi per ottenere le autorizzazioni alla realizzazione dei progetti
  • mitigare l’elevato rischio sociale legato alla sindrome NIMBY attraverso adeguate forme di compartecipazione dei territori alle scelte di localizzazione
  • adottare pienamente il principio comunitario «pay as you throw» al fine di: (i) finanziare correttamenteil servizio; (ii) stimolare l’efficienza delle imprese (price-cap e costi standard); (iii) favorire il comportamento virtuoso dei cittadini
  • stimolare l’industrializzazione del settore anche attraverso l’incentivo alla crescita dimensionale.
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